oggi si usano le parole un po’ “a casaccio”; per esempio “relativismo” spesso significa nella bocca di alcuni “esistono delle differenze tra gli uomini che vanno rispettate” e nella bocca di altri “la negazione dei valori cristiani”. Di norma “relativismo” non significa né la prima né la seconda cosa, e il libretto di Marconi “Per la Verità” (Einaudi) aiuta a districarsi nel caos creato dal cattivo uso della lingua. Un aiuto a capire che esistono aspetti universali comuni a tutti gli umani viene dallo UCL, con uno studio comparato delle espressioni emotive di umani britannici e himba.
A sinistra una umana himba e accanto una umana britannica che ridono; il punto non è che entrambe hanno simili espressioni facciali, ma che queste espressioni facciali vengono riconosciute in entrambi i gruppi sociali (i britannici e gli himba): l’uno riconosce il riso nell’altro. I “relativisti” direbbero che l’altro cè e dobbiamo farcene una ragione; gli universalisti che tutti gli umani hanno tratti comuni.
L’aspetto originale della ricerca è che pare che tutti riconoscano facilmente nell’altro gruppo le espressioni di emozioni negative, mentre le espressioni di emozioni positive sono legate più facilmente a modi idiosincratici dei singoli gruppi. Ma è facile da capire; ci divertiamo a inventare nuove emozioni positive condivise da piccoli gruppi che le vogliono tenere per sé (un po’ come i linguaggi famigliari alla Natalia Ginzburg del “baco del calo del malo”) . Qui le differenze diventano invenzioni della cultura, ma sulle emozioni “base” non si scherza. Gli umani tutti le condividono (anche se non sempre le provano).


