Fattoriadellacomunicazione’s Weblog

neda

Luglio 7, 2009 · Lascia un Commento

dal 20 Giugno in poi è stato detto tutto:

sui giornali (NYTimes)

su tv

su wikipedia

su facebook

e anche in musica

ma anche tutti gli altri (The Guardian sugli scomparsi )

googlare: neda nothing except democracy accepted
dove la violenza è più che da noi.

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Arte 2.0

Giugno 11, 2009 · Lascia un Commento

 

Invito

Buongiorno a tutti,

Torno a scrivere dopo un pò di tempo per segnalare un incontro, che penso possa essere molto interessante per tutti coloro che si occupano di comunicazione.

Mercoledì 17  Giugno si svolgerà, presso il Museo di Villa Croce, una giornata di studi sui rapporti tra arte e Web 2.0

Tra i relatori avremo molti artisti che lavorano col web e al loro fianco esperti di arte e di comunicazione multimediale.

Qua di seguito trovate il programma.

Invito tutti gli interessati a partecipare e a far girare la comunicazione.

Sarebbe interessante magari far seguire una discussione su questi argomenti, sul nostro blog.

A presto e grazie per l’attenzione

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razze, etnie, popolazioni

Maggio 26, 2009 · Lascia un Commento

Ci sono le  razze canine, perché non si parla tanto di razze umane? Probabimente non solo perché il termine “razza” è stato usato a sproposito, ma perché, al contrario dei “pedigree” che caratterizzano la razza canina “pura” – gli umani sono quasi tutti “bastardi”, cioé hanno una alta tendenza a mescolare le carte. Il Brasile insegna, così come l’Italia dal periodo  preromano a dopo le invasioni barbariche (vedi post precedente). Altro motivo è la difficoltà di distinguere chiaramente diverse razze umane, anche se tratti somatici e abitudini dovrebbero aiutare a caratterizzare almeno un’etnia o una popolazione (vedi i problemi di classificazione degli umani in wiki).  Facciamo un esempio di cui si è tanto parlato e scritto recentemente:

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano lingue incomprensibili, forse antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina; spesso davanti alle chiese donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o attività criminali.”

Questa definizione caratterizzava la “razza” o “etnia” italiana nel resoconto  dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli italiani: razza o etnia? Quanti si riconoscono in questa caratterizzazione? Quanti hanno la “pelle scura”? E’ davvero tipica degli italiani (”italians”)? E’ sufficiente a caratterizzare una razza? Facendo l’analisi del DNA si riesce a ritrovare dati sufficienti a distinguere  gli italiani dalle altre razze o almeno dai primati?

La paleoantropologia tende a parlare dell‘ipotesi di una origine unica della razza umana (Est Africa). La ricerca genetica vede  tra gli umani variazioni molto più limitate che tra altri gruppi animali (e la variazione è spesso intra-gruppo; molto forti le differenziazioni tra i gruppi africani). Il solo tentativo di studiare il DNA di una etnia è stato fatto per gli islandesi. Ovviamente la ricerca ha sollevato molte questioni etiche, ma nessuno ha parlato di razza islandese, bensì di “popolazione”. Ed è questa la tendenza degli antropologi, anche se resta aperto il dibattito se “razza” sia un termine sensato per parlare di diversi gruppi umani. La classificazione razziale per gli umani deriva dal 1400 con l’incontro di navigatori spagnoli e portoghesi con i “neri”. Non esisteva prma, nemmeno nel periodo dell’Impero romano, che – saggiamente – preferiva classificazioni più specifiche di etnie e popolazioni (i nubiani, i cartaginesi, ecc.).

US: quando ti fanno la social security o permesso di lavoro devi dichiarare se sei “bianco”, “latino”, “nero”, “asiatico” e forse, ma non mi ricordo “nativo americano”.  A cosa serve non è del tutto chiaro. Di certo non si parla di “razze”; sono caratterizzazioni pragmatiche  e “latino” non vuol dire di origini dei paesi latini, ma di origini sudamericane. Non c’è spazio per indios, a meno che si mettano tra i “native americans” – probabilmente in modo erroneo perché “Native American” vuol dire nativo delle terre degli Stati Uniti di America e non delle Americhe. I statunitensi sono tra i pochi a non avere un termine per “statunitense”; hanno solo “US citizen”: civis romanus sum.

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italia multietnica

Maggio 10, 2009 · 2 Commenti

Voglio scrivere alcune banalità grossolane e approssimate così ovvie che mi vergogno un po’. Ma si perde sempre più spesso  il significato delle parole a causa dei varii  Humpty Dumpty che vogliono usare le parole a modo loro (vedi: citazione da Alice nel Paese delle Meraviglie). Occorre invece avere una gran cura delle parole e dei loro significati condivisi. La televisione amplifica alcune deformazioni grottesche dei significati, ma questo può accadere per una cinquantina di milioni di persone; le parole esprimono concetti che sono comuni non solo a una specifica lingua e nazione, ma sono un tesoro comune dell’umanità, alla cui definizione concorrono gli esperti (in questo caso gli antropologi).
Cosa è un gruppo etnico? Un gruppo etnico è un insieme di individui caratterizzati da un ramo genealogico comune, un’origine comune,  tratti somatici grossomodo analoghi legati all’adattamento al territorio, ed infine – spesso – cultura, lingua e religione comune.  Molti antropologi criticano le  costruzioni “fantasiose” di etnicità presunte, e lo stesso concetto di “etnia” è davvero vago.  Ma credo si possa dire senza ombra di dubbio che  l’Italia è un paese multietnico, da sempre. Ecco un promemoria:

Una delle più antiche etnie della penisola italica è quella dei Liguri, di cui si ha traccia da circa 25.000 anni fa. L’etnia ligure è divisa in varie tribù come Ambroni, Apuani, Tigulli, Genuati, Sabazi, Ingauni e tante altre. I Greci chiamavano i liguri “Tyrrenoi”, cioé “pirati”, e questo tratto culturale gossomodo li caratterizza ancora. Due altre etnie -i Celti nel V-IV secolo a. C. e i Romani nel III-II secolo a.C. -  costrinsero i Liguri ad abbandonare la Pianura Padana e parte dela attuale Toscana per arroccarsi attorno tra appennini e il mare ora detto ancora “ligure”.  Il  carattere un po’ incarognito dei Liguri fece  fallire un’alleanza con i Galli Boi che avrebbe permesso di resistere meglio all’espansione romana. Si allearono in seguito   con Annibale e Asdrubale, ma andò  male, come è notorio. Per questo la capitale d’Italia è Roma, e non Genova.

I bellicosi Galli Boi ebbero contrasti con un’altra potente etnia abitante la penisola: gli Etruschi. La litigiosità degli attuali discendenti degli etruschi – noti come “maledetti toscani” da una dicitura del Lombardo Montanelli -  potrebbe anche essere una deriva di matrimoni tra etnie così litigiose. Degli Etruschi si è detto tutto e il contrario di tutto: che vengono da antichi popoli un tempo abitanti la Sardegna e spostatisi in seguito a fenomeni naturali, ecc. ecc. Di certo sono una etnia così caratterizzata da dare origine a capacità intellettuali tali da tentare di sottomettere tutti, almeno attraverso l’imposizione linguistica (Dante Alighieri)

I Romani peraltro non possono nemmeno chiamare un’etnia essendo di per sè un popolo multi-etnico: non solo per il ratto delle Sabine (qualcuno potrebbe sostenere che Romani e Sabini sono popolazioni diverse della stessa  etnia), ma per la presenza e diffusione di varie etnie nella Roma antica. Un solo esempio: la componente siriana è sempre stata forte a Roma come dimostra ad esempio il fatto che Settimio Severo avesse come moglie la siriana Giulia Domma e che  il siriano Eliogabalo potè salire al trono (per l’editto di Caracalla che dava cittadinanza romana anche ai “provinciali”). Ovviamente molti siriani si inserirono nelle leve del potere, dando un contributo levantino alla già consolidata astuzia romana, che perdura ai giorni nostri, con tutte le sottospecie etniche caratteristiche degli intrecci del passato.

Anche i famosi Celti da cui pensano o almeno immaginano di discendere i varii signori Bossi della Val Brembana sono per certi aspetti un gruppo  multi-etnico, o forse è meglio dire che con il nome di “Celti” si usa spesso indicare etnie diverse: ci si riferisce di fatto ai discendenti dei Galli (che Celti lo erano davvero) ma anche di Germani, Normanni e Galizi, che Celti non erano. Ora è ovvio che, date le invasioni barbariche, nella val Padana e valli affini gli abitanti derivano non certo da una unica né preponderante etnia celta, ma una mistura di etnie (senza dimenticare i Romani e i Liguri).

E ho parlato solo di alcuni pezzettini di questa disgraziata penisola, che è stata esposta a ogni tipo di invasione e immigrazione da terra e da mare. L’Italia è multietnica da sempre. Basta guardare le diversità degli italiani:
- il colore della pelle dal bianco “slavato” al rosso “abbronzato” naturale;
- la struttura corporea dal basso tondetto al lungo allampanato;
- il colore dei capelli dal nero corvino al biondo paglia;
- lingue: basti pensare alle diversità di  genovesenapoletanosicilianowalser, e così via.
- culture: che caratterizzano fortemente le diversità regionali e gli strati sociali.

Parte di questa diversità somatica apparente dovuta al  consolidato “melting pot”  delle varie etnie delle genti italiche è ben rappresentata dal nostri  parlamentari, vero specchio di un’Italia etnicamente composita. Non oso raffigurarli  qui (sarebbe troppo facile), ma sia l’arte che i siti interent di “facce italiane”  aiutano a dare un’idea:

ermellino montefeltro bruna bionda ecc. ecc.

Cosa rende italiano un italiano? Sei cose direi:

(1) la cittadinanza legale, che funziona ancora, ma non caratterizza un’etnia.
(2) la lingua italiana, parlata sempre peggio da quasi tutti. Ma neanch’essa basta a costituire un’etnia: vi sono italiani neri e gialli il cui italiano è molto migliore di italiani bianchicci o rossastri.
(3) una minima conoscenza della storia della Nazione, ma questo escluderebbe milioni di persone; dovremmo sostituire alla conoscenza della storia  la condivisione di sterotipi che oggi guidano l’Italia e che derivano dalla televisione. Molti italiani non si riconoscono in questi stereotipi (escluderemmo ad es. quelli che non amano il calcio, anche sicuramente sono  meno di quelli che non conoscono la storia). Il punto (3) è quindi provvisoriamente sospeso.
(4) L’appartenenza all’Europa, che è stata realizzata con grane fatica, ma di cui tutti vanno fieri.
(5) L’appartenenza al bacino del mediterraneo che rende l’Italia la più africana e araba delle nazioni Europee.
(6) Un sentire comune?  Il  Presidente della Repubblica cerca disperatamente di costruire questo sentire, proprio perché un sentire comune manca specialmente dove manca un’etnia comune.

La multietnicità dll’Italia è un dato di fatto. Siamo sempre stati, siamo attualmente, e sicuramente saremo ancora di più in futuro una nazione multietnica. Il resto sono chiacchere.

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“in Italia non c’è gusto a essere intelligenti”

Marzo 16, 2009 · Lascia un Commento

Non c’è spazio per fare un blog mentre si insegna; insegnare prende quasi tutto il tuo tempo; e non resta molto altro. Ore a preparare i powerpont delle lezioni, ogni anno differenti.  Resta sempre il  dubbio di fondo: insegni a chi, per cosa? E nel retroterra delle tue credenze  riecheggia il messaggio degli skiantos:

“In Italia non c’è gusto a essere intelligenti”

Provarci a trovare questo gusto? Trovare interessante che esistano persone che non disprezzano l’intelligenza e addirittura la praticano? Vedere barlumi di intelligenza anche in mezzo alla più abietta inattività intellettuale?

Aspettiamo il libro della Levi Montalcini sui due cervelli. Lei non ha abbandonato la speranza. Finché c’è speranza c’è vita.

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viadelcamp

Febbraio 1, 2009 · 1 Commento

viadelcamp perché no?

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Franco Carlini: discussione su web e democrazia

Gennaio 20, 2009 · Lascia un Commento

Convegno su Franco Carlini democrazia e webOggi Convegno su Franco Carlini (vedi elenco relatori) dal titolo

Politica condivisa: altruismo e democrazia nella rete“.

Bravo Totem a organizzarlo con buoni interventi a voci diverse (vedi resoconto di Mentelocale). Di schiena si riconoscono Alberto d’Ottavi (dietro il video) e Oscar Itzcovich (dietro la cinepresa). Rimando all’inedito – ora edito – di Franco Carlini sul circolo della conoscenza, e – già che c’erano rappresentanti della stampa (Il Sole 24 Ore e La Stampa) – rimando a un esempio di democrazia di oggi da “La Stanpa online”: la reazione alle false recensioni su Amazon.

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implicatura emotiva?

Gennaio 5, 2009 · Lascia un Commento

Analisi di un report di un discorso politico in vista della legge sul maestro unico riportato in data odierna sui quotidiani:

“Aver introdotto un team di tre insegnanti non corrispondeva a esigenze pedagogiche e formative. Ho piuttosto l’impressione che sia servito soltanto a far aumentare il numero degli insegnanti. E la cosa mi pare piuttosto illogica visto che il numero dei bambini in classe durante gli anni è diminuito per il calo delle nascite”.”

Sono tre asserzioni:
(1) asserzione perentoria, data per vera
(2) asserzione dubitativa (è solo un’impressione) data in contrapposizione (”Piuttosto”) a quanto negato in (1)
(3) Rafforzamento di (2)

La struttura del discorso tende a giustificare la (1) che peraltro viene data come verità scontata. In qualche modo si autoconfuta, ma non agli occhi di un lettore incapace di inferenze. La verità si (1) è ovviamente dubbia: il modello italiano dei tre docenti a rotazione  per molti teorici risulta migliore di altri per la formazione del bambino. Per evitare dubbi,  la  (2) tende a dare conferma  indiretta della verità di (1)  suggerendo il “motivo reale” (agli italiani piace il complotto) cioé l’astuta mossa di moltiplicare i posti per i fannulloni, Il presumibile motivo reale è  comprensiobile a tutti. Guarda caso è esattamente il  contrario del motivo (altrove) esplicito  del governo:  risparmiare, quindi tagliare posti. La (3) completa il ciclo: a questo punto si presuppone (non si asserisce esplicitamente) la verità di (2). Solo con tal presupposizione la frase (3) infatti ha senso. Se poi sia vera è un’altro discorso.

Il vero messaggio chiave è  l’uso della presupposizione di (1) e quindi di (2) in (3):  se sei un po’ distratto e ti metti a discutere  (3), [ ad es. dici che sono aumentate le nascite di immigrati] accetti ovviamente come presupposto la verità di (1) e di (2).

Detta in breve: questo è fare politica della comunicazione.

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implicature e senso critico sul 180

Dicembre 9, 2008 · Lascia un Commento

Dal Corriere della Sera si riporta che l’8 dicembre il sottosegretario Letta si è rivolto ai precari dicendo di criticare “in modo un po’ piu’ avvertito, senza ripetere cio’ che qualcuno vi ha suggerito”. Implicatura: gli studenti sono giovani e facilmente strumentalizzabili; il loro senso critico è limitato; non hanno idee loro, ma derivate da altri (docenti?  partiti di opposizione?).
Un aspetto di quanto sottintende Letta  è molto apprezzabile:  il senso critico è una materia che non abbonda nel paese e andrebbe coltivato.
In particolare il senso critico manca al nostro Governo che ha accettato frettolosamente un cambio delle regole in corso per i concorsi universitari già banditi, con l’unico effetto di rallentare i concorsi stessi. Il decreto “urgente” 180 – per quanto riguarda i concorsi –  è solo un segnale mediatico per far vedere che “si lavora” al cambiamento.  Rimando a un comunicato dell’ANDU per far capire che anche in questo caso avrebbe senso dire ai nostri governanti: fate pure le riforme, ma fatele “in modo un po’ piu’ avvertito, senza ripetere cio’ che qualcuno vi ha suggerito”.

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scoprire il falso

Novembre 24, 2008 · Lascia un Commento

Lo ammetto; dovrei dire ci sono cascato e anche io ho sostenuto e creduto che la Palin credesse che l’Africa fosse un paese (”country”) e non un continente. Mi sono fidato di notizie da internet, fonti apparentemente affidabili, e il personaggio invitava a credere che fosse così. Una fonte, Martin Eisenstadt, pare sia una invenzione di due burloni, Eitan Gorlin e Dean Mirvish, che hanno creato lo Hardind Institute for Freedom and Democracy e lo stesso personaggio Martin Eisenstadt (vedi sourcewatch) Ma…

Ma è vero che è falso che la Palin credeva che l’Africa fosse un “paese” e non un continente? Lo Huffington Post (vedi link) sostiene che, anche se la fonte Eisenstadt è una bufala (una hoax), questo non toglie il fatto che la Palin abbia detto che l’Africa era un paese e non un continente.
Lo HP denuncia i metodi di creazione ad arte di notizie false, ma nega al contempo che il suo resoconto sulle incompetenza della Palin fosse falso. E presenta il video incriminato (ma si vede anche la Palin che si lamenta del fatto che le sue parole sono state citate “fuori contesto”; questo implica che la Palin ammette di aver detto qualcosa che non andava; è affascinante quanto venga usato il “fuori contesto” dai politici; se si va sugli italiani, poi, si supera il ridicolo, ma non è il contesto questo per riportare casi nostrani).

Cosa è vero? Qui abbiamo dichiarazioni pubbliche, filmati televisivi, interviste, ma anche personaggi inesistenti creati ad arte. Scoprire dove sta il vero diviene sempre più difficile in questo gioco di specchi. La comunicazione pubblica per tradizione distingue fatti da opinioni. E’ la distinzione ancora valida? Sì, nonostante Nietsche e l’ermeneutica (chi credesse ancora al fatto che non si sono fatti ma solo interpretazioni può rileggere il libro di Marconi Per la verità, Einaudi, 2007). Ma distinguere fatti da opinioni è sempre più difficile. E’ una sfida che qualsiasi giornalista serio dovrebbe cercare di affrontare. Ma è innegabile che i quotidiani siano pieni di giornalisti poco seri, e questo è rafforzato dalle potenzialità di internet e dei giornali su web. Domande:

A chi spetta il compito di distinguere fatti da opinioni?
Abbandonare il blog-giornalismo?
Distinguere drsticamente grionalisti e bloggers?
(vedi una breve discussione su giornalismo, blog, e caso Gorlin-Palin)

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