Esempio di fallimento nella comunicazione

Ci tengo a postare questo simpatico video in quanto ritengo rappresenti un chiaro esempio di fallimento nella comunicazione tra due persone. Il video in questione è stato realizzato come messaggio pubblicitario per l’azienda di automobili ‘Mercedes-Benz’. Situazione: una ragazza bionda entra in un locale e dice alla signora che si trova dietro al banco della reception: “Salve, vorrei ordinare patatine fritte, un hamburger e un milkshake”. La signora alla reception risponde con voce seccata guardando la ragazza con aria esterrefatta: “Questa è una biblioteca”; a quel punto la ragazza bionda si guarda intorno e nota che effettivamente c’è gente concentrata nella lettura. Dopo qualche secondo ritorna con lo sguardo verso la signora dietro al banco della reception, facendo la stessa richiesta precendente, ma stavolta parlando sottovoce. Qual è l’analisi pragmatica che ne potrebbe venire fuori? La signora alla reception, alla richiesta della ragazza bionda, risponde in maniera evasiva e implicita. Dicendo infatti ‘questa è una biblioteca’, il messaggio implicito reale che la ragazza bionda avrebbe dovuto inferire, sarebbe stato quello secondo il quale nelle biblioteche non si vende cibo da fast food, pertanto, la ragazza avrebbe dovuto andare a cercare un luogo idoneo a soddisfare le sue richieste, ovvero un fast food. La ragazza, tuttavia, crede che il problema sia il tono della sua voce anzichè la stranezza della sua richiesta, compiendo pertanto un tipo di inferenza errata, rendendo fallimentare la comunicazione tra le due.

lezione di democrazia, pragmatica e semantica.

Nel discorso presentato più volte in TV dopo la sentenza Silvio Berlusconi parla di una parte della magistratura come una “variabile incontrollabile, con magistrati non eletti dal popolo, che è assurta a un vero e proprio potere dello Stato…”. Dal contesto si evince che al proferente dispiace quanto asserito e il termine “assurgere” indica un processo non previsto e in questo caso disdicevole.

La pragmatica riguarda  l’atteggiamento del parlante rispetto al contenuto di quanto viene espresso, e un’analisi pragmatica ci rende edotti che il parlante in questione considera quando asserito disdicevole.

L’analisi semantica è il contenuto  espresso. E’ importante non lasciarsi influenzare troppo dall’analisi pragmatica per capire meglio il contenuto espresso. E, cosa curiosa in questa situazione particolare, il contenuto espresso da queste poche frasi  si può presentare come un riassunto dei fondamenti di uno stato democratico:

1. la magistratura non può essere “controllata” (dalla politica)
2. i magistrati non vengono “eletti” come i parlamentari, ma hanno differenti (e rigorose) procedure di ammissione e promozione.
3. la magistratura è un potere dello Stato (quello giudiziario) accanto al potere esecutivo e legislativo.

Che la divisione dei poteri espressa da 3. sia  uno dei principi cardine della democrazia, è uno dei motivi per cui vale 1. e 2. Si può quindi asserire che, fatta salva la intenzione particolare del parlante rispetto alla valutazione negativa di 1,2,3, quanto viene asserito è sempre l’indicazione di aspetti fondanti della democrazia. Una lezione per tutti.

norme semplici

Discorso del presidente del Consiglio al luglio 2013 all’Agenzia delle Entrate; in poche parole occorre che chi evade riporti i soldi in Italia e paghi le tasse. Se fosse uno slogan sarebbe il solito “pagare meno pagare tutti”. Forse una grossa novità rispetto ai vecchi proclami sulle tasse esagerate. Ma la cosa più interessante è uno strano contorcimento lessicale sulla necessità della semplificazione. Tutti sanno che l’Italia ha un numero spropositato di leggi, che la complicazione burocratica sta uccidendo ogni prospettiva di lavoro, allontana le industrie estere, affatica inutilmente gli enti pubblici (che ormai passano la maggior parte del loro tempo e utilizzano la maggior parte delle loro risorse ad adempiere a compiti burocratici sempre più complessi e – per molti – sempre più inutili – vedi post precedente). Cosa dice il presidente del Consiglio sulla semplificazione burocratica?

“È anche colpa del governo, perché servono norme semplici. Per questo noi dobbiamo essere in grado di dare norme semplici per tutti.”

Incomprensibile.
(1) La prima frase dà adito a  un’IMPLICATURA: “è anche colpa del governo perché servono norme semplici” sembra un modo contorto per far capire che il governo non è stato in grado di fare norme semplici e ha fatto norme complicate.
(2) la seconda frase sembra quasi una tautologia: dato che servono norme semplici dobbiamo essere in gradi di dare norme semplici *per tutti”. (forse l’implicatura qui è che *per alcuni* esistono norme semplici. Quelli che bypassano ogni norma e fanno i fatti loro). Ma qual’è il contenuto informativo di questa frase? Forse il contenuto informativo è la sua  PRESUPPOSIZIONE. Infatti dire “dobbiamo essere in grado di dare norme semplici”  presuppone che “il governo non è ancora in grado di dare norme semplici“. E la domanda che un cittadino dovrebbe porsi è: perché un governo non è in grado di dare norme semplici? Magari è in grado di “farle”, ma non di “darle”, perché…

anche il governo, ogni volta che propone qualcosa, deve passare sotto le forche caudine degli uffici legali e ogni proposta di semplificazione viene distrutta dal tritacarne delle abitudini inveterate degli amministratori italiani a creare regolamenti sempre più complicati

[Uno statuto e un regolamento da me scritti per un Consorzio di Dottorato, dopo essere passati per gli "uffici" specializzati, hanno più che raddoppiato gli articoli e i commi  e sono diventati così complicati che non so più nemmeno se sarei in grado di applicarli]

La vulgata dice che in Inghilterra vi sono 3.000 leggi, in Germania 5.000 in Francia 7.000 e in Italia 200.000. Paragoni non fattibili per la differenza di sistema legale. Sabino Cassese (ministro del governo Ciampi) aveva elencato circa 150.000 leggi italiane nel 1993; Bassanini parlava di 50.000. Ma il numero delle leggi è solo un sintomo della malattia Italia: la malattia si chiama “complicazione burocratica”, un fenomeno che di anno in anno aumenta, coadiuvato dalle nuove possibilità offerte dall’informatica. Una pacchia per i burocrati e la morte civile per tutti quelli che devono eseguire i compiti più umilianti e indecorosi che possano essere attribuiti a un essere umano attaccato a un computer a computare quotidianamente inutili certificazioni che avrebbero lo scopo di semplificare, certificare, chiarire, fungere da anti-corruzione. Perché umiliante? Perché chiunque svolga questo inutilissimo lavoro, i cui dettagli farebbero inorridire una persona normale e sarebbe offensivo presentarli per scritto, sa  benissimo che i corruttori e i corrotti in grande stile hanno schiere di burocrati lautamente pagati che li mettono al riparo da ogni critica usando esattamente gli strumenti burocratici creati illusoriamente per ostacolarli.

Dante riassumerebbe la sua invettiva contro l’Italia nel 6 canto del Purgatorio più o meno così: O Italia asservita alla burocrazia, luogo di sofferenza a causa della burocrazia, priva di un governo autorevole capace di ribellarsi alla burocrazia, e in balia di una tempesta informatica provocata dall’uso indecente della ITC per assurdi scopi burocratici, non più padrona di ampi territori del pensiero, ma casino di leggi, leggine, regolamenti, restrizioni, impedimenti che bloccano o rendono faticosissima ogni attività produttiva. OK Dante sapeva riassumere  tutto ciò in poche e vive parole, ma il punto oggi è sempre quello.

Moriremo di burocrazia? lettera al ministro

Come far un titolo che ha un mare di presupposizioni e implicature e un po’ di ironia e un’iperbole; probabilmente non moriremo di burocrazia, ma poco ci manca (io da parte mia ho avuto due piccoli ictus per aver frequentato troppo la burocrazia). Grande esempio di pezzo letterario, ma anche politico, non posso non metterlo a esempio di buona letteratura pubblicistica …. e chissà che un ministro non riesca a trovare il tempo di leggere come risparmiare soldi e energie con un po’ di semplificazione burocratica. Da anni l’Università è invasa da nuove procedure burocratiche che prendono del tutto inutilmente gran parte del tempo di docenti e amministrativi, con scopi non chiari (sconfiggere la mafia? far emergere i fannulloni?). Sembra quasi un programma da guardie rosse per far lavorare  nei campi della burocrazia più gente possibile. Insomma, ecco il pezzo cliccando qui: il sussidiario.net.

Nel pezzo l’autore mostra come si otterrebbe grande risparmio (sia finanziario, sia umano – sì l’Università è fatta da umani che stanno diventando appendice di programmi mal fatti e mal pensati da altri umani) dall’eliminare alcune procedure effettivamente ridondanti e alcuni criteri quantomeno dubbi sulla gestione dell’Università dove un piccolo corso di laurea di una decina o ventina di persona viene organizzato come una multinazionale. Per pagare spese per un centinaio di euro si produce una macchina burocratica che fa impallidire i grandi appalti. E gli amministrativi creano carte su carte, timbri su timbri, certificazioni su certificazioni affinché la corte dei conti verifichi la “correttezza della procedura”. In pratica l’immobilismo. E a livello didattico andiamo ancora peggio, con la moltiplicazione delle certificazioni di ogni genere su ogni dettaglio immaginabile da un oscuro burocrate su ogni possibile cavillo; chi lavora a un corso di laurea deve abbandonare ogni intelligenza e ogni ricerca e dedicarsi anima e corpo a seguire le contorsioni mentali dei burocrati ministeriali. Non riesco a dirla bene come l’autore del post sul sussidiario, ma riporto almeno un pezzo del suo stile, e qui mi fermo:

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link per chi volesse proseguire nella lettura.

Burocrazia italiana + Europea = Morte. Provate a andare su un sito di Unviersità US: gli studenti capiscono cosa c’è; nessuno studente segue i criteri burocratici o i siti del ministero per capire cosa deve studiare!

Logica: impara il principio di contrapposizione (p–>q)–>(-q –> -p)

Leggo un riferimento a intervista al tg5 di martedì 7: “dal secondo grado del processo Mediaset mi aspetto un’assoluzione totale perché il fatto non sussiste o per non aver commesso il fatto, se i giudici saranno integerrimi, ecc. ecc.”

In poche parole: se i giudici sono integerrimi, allora x viene assolto (p -> q)
[la cosa è più sottile: x si aspetta che x venga assolto" - è il punto di vista di x, ma questo rafforza l'aspetto retorico: x si aspetta, come chiunque cittadino x  innocente si aspetta che q]

ora il principio di contrapposizione è uno dei principi o regole logiche più semplici e intuitive, utile in matematica e nel linguaggio comune:

(p -> q) -> (non q -> non p)

(se i giudici sono integerrimi -> x viene  assolto) -> (x non viene assolto -> i giudici non sono integerrimi)

è fatta! Gli italiani, che sanno ragionare come tutti gli umani (siamo animali inferenziali) si convinceranno, avendo assunto (p -> q), di quanto vale per contrapposizione:  se x non viene assolto, allora i giudici non sono integerrimi (di fatto è l’argomento che prosegue nell’intervista, con una chiara esplicitazione della legge di contrapposizione).

Comunque x usa, ed anche aiuta a capire le leggi logiche e il loro effetto pragmatico.  L’effetto pragmatico della legge di contrapposizione è molto forte: le assunzioni dubbie quasi spariscono di forze alla forza del ragionamento logico logica. Il problema è che la regola di contrapposizione dice che SE (p -> q) ALLORA (non q -> non p). Cioè assume che sia VERO che se i giudici sono integerrimi allora x sarà assolto. Ma è vero che p ->q?

E’ questo il problema, come nel dilemma del venditore. La premessa non è giustificata, se non da una  presupposizione: “x è innocente”. Non è un dato secondario. Molte persone accusate di qualcosa si dichiarano innocenti. Per questo esistono “nozze, tribunali e are” che fecero le umane genti “esser pietose di se stesse e d’altrui”. Per evitare l’identificazione di “credo che p” con “p”. E’ questo il tentativo di evitare la legge della giungla.

muraglia, libro della canaglia

Una volta si diceva “muraglia, libro della canaglia”. Ora la muraglia è il web, perché vi possono scrivere tutti (o quasi). Ma sul web scrivono anche esperti, intellettuali e studiosi. Questa è la differenza. Un tempo un esperto, un intellettuale o un serio studioso  scriveva sui libri e sui giornali. Anche ora, ma scrive anche sul web. Ed è difficile distinguere le riflessioni intelligenti e ragionate dagli sfoghi di pelle (che fanno comunque parte del gioco) e da chi echeggia quello che dicono gli altri senza averlo pensato lui, ma solo perché lo slogan è buono (come non perdere l’occasione di un buon slogan?). Ed è pieno di buoni slogan! Prendo questo:

Anche le navi trasportano schiavi, ma nessuno propone di abolire il mare #boldrini

Bellissimo. Da qui si può derivare – per implicatura –  che  #boldrini abbia  proposto di abolire il web o di restringere la libertà sul web. Vi sono già leggi specifiche (sulla pedopornografia, sulla diffamazione, ecc.) e pare strano che questa sia la proposta. In effetti il punto di Boldrini è sulla violenza alle donne. Ma le sue parole, poste nell’arena pubblica, hanno dato adito a diverse implicature. Volute? Non volute? A porre domande sul web ci si espone ovviamente  ai “nuovi censori”, che colgono ogni occasione per denunciare i complotti alla libertà sul web. Le ribellioni del “popolo del web” (cioé, ormai, quasi tutti) hanno aiutato a capire la demenza di alcune proposte di leggere (c’era chi voleva “chiudere” facebook o qualsiasi sito non eliminasse immediatamente una foto ‘scomoda’, ecc.).

Ma Boldrini pone un problema:

“Mi domando se sia giusto che una minaccia di morte che avviene in forma diretta, o attraverso una scritta sul muro sia considerata in modo diverso dalla stessa minaccia via web. Me lo domando, chiedo che si apra una discussione serena e seria. Se il web è vita reale, e lo è, se produce effetti reali, e li produce, allora non possiamo più considerare meno rilevante quel che accade in Rete rispetto a quel che succede per strada”. [per molti è la scoperta dell'acqua calda, ma non per tutti]

Qual’è il problema: è vero o è falso che in rete c’è “una cultura della minaccia tollerata e giudicata tutt’al più, come certi hanno scritto, una “burla”? (non so cosa è stato descritto “burla“, ma una foto di una ragazza nuda sulla spiaggia con la faccia di Boldrini a me pare un burla; una minaccia di morte o stupro con tanto di fotomontaggio è già un po’ meno burla; se non si fanno distinzioni si arriva alla narcosi della ragione che spesso aleggia nel web).

Sono domande sensate, che riguardano la cultura italiana (ovvio, non solo italiana). Da queste domande segue che occorre abolire il web? o filtrarlo alla radice come in Cina? A me non sembra.

Ci sono problemi più urgenti? C’è sempre un problema più urgente, ma la violenza sulle donne e l’aumentare degli assassinii di donne in Italia non è un problema urgente? E il risorgere del razzismo in Italia non è un problema urgente? La campagna diffamatoria contro Boldrini è partita dopo la sua visita alla comunità ebraica e la sua richiesta di punire l’odio razziale sul web. Ma odio razziale e odio per le donne sono aspetti spesso strettamente legati (non solo perché si parla di “odio”, ma perché si usano stereotipi come denunce di inferiorità: “gli ebrei”, “i neri”, “le donne” come  razze inferiori.
Ecco le parole che potrebbero “incriminare” la Boldrini:

“”[fare denunce di singoli casi di minaccia di morte in rete]… è come svuotare il mare con un bicchiere. Credo che ci dobbiamo tutti fermare un momento e domandarci due cose: se vogliamo dare battaglia – una battaglia culturale – alle aggressioni alle donne a sfondo sessuale. Se vogliamo cominciare a pensare alla rete come ad un luogo reale, dove persone reali spendono parole reali, esattamente come altrove. Cominciare a pensarci, discuterne quanto si deve, poi prendere delle decisioni misurate, sensate, efficaci. Senza avere paura dei tabù che sono tanti, a destra come a sinistra. La paura paralizza. La politica deve essere coraggiosa, deve agire””

Boldrini parla di “due” problemi: (1) dare battaglia alle aggressioni a sfondo sessuale (2) pensare alla rete come luogo reale, e prendere “decisioni”.

Dal punto (2) si  può inferire che Boldrini voglia prendere “decisioni” di blocco della rete. E’ questo che ha in mente? O altro? Per inferire questo occorrono molte presupposizioni assunte come vere, molte premesse collaterali, che la Boldrini non ha esplicitato. Boldrini ha posto un problema, non una soluzione. Il problema è “non basta dire ‘il web è fatto così': dobbiamo chiederci quale cultura si sta sviluppando in Italia. Le “decisioni misurate, sensate, efficaci” devono riguardare la violenza sulle donne, l’aggressione a sfondo sessuale. Se questa è fatta in rete non necessariamente è una “burla”. E’ qualcosa che ha conseguenze, e che sta influenzando un’intera generazione. Non riesco a capire cosa possa avere in mente Boldrini, ma una censura alla cinese in Italia non esiste. Siti che incitano alla violenza, al razzismo, al fascismo esistono. Se si chiudono possono trovare  modo di riaprirsi in qualche altro server in giro per il mondo.

La legislazione italiana considera i casi di “calunnia”, “offesa”, “vilipendio”, “oltraggio”, “apologia di fascismo” e altri casi che riguardano l’espressione verbale. Esistono limiti alla libertà di parola? Alla libertà di espressione? E il web è esente da questo o è come quando ci si incontra faccia-faccia?  Questo è il problema posto da Boldrini. E tutti a rispondere in coro: “ma io sono libero di dire quello che voglio e di fare quello che voglio” (sembra la parodia di Guzzanti sulla casa delle libertà). Non mi sembra una risposta adeguata.La legge c’è, la mentalità sessista anche. Boldrini ha peccato di ingenuità, ma legare i problemi (1) e (2), violenza a sfondo sessuale e violenza in rete non è fuori luogo. Non è un problema dei siti sadomaso (liberi di divertirsi come si vuole), ma delle aggressioni dirette e personali.