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Equal Respect

Dicembre 14, 2007 · 6 Commenti

E’ finito il convegno sull’equal respect. Per me è stato bellissimo. Un workshop di approfondimento sul problema del rispetto. Non mi era mai capitato di discutere di questi problemi. Ho scoperto cose cui non avevo mai pensato, come la differenza tra “politeness” (cortesia – che è un comportamento che si può insegnare e anche imporre), e il “respect” (rispetto – che è un atteggiamento psicologico, che non si può imporre). Una persona può essere cortese e non avere un atteggiamento di rispetto, o viceversa. Però le due cose sono legate, e a furia di essere cortese magari si impara il rispetto. Ho scoperto un mondo di problemi collegati ai problemi della comunicazione: come puoi sensatamente comunicare con chi non rispetti o con chi non ti rispetta? E’ necessario il rispetto per poter conversare, oppure basta il riconoscimento delle ragioni altrui? Ma se riconosci le ragioni altrui hai un certo livello di rispetto… “Mancare di rispetto” vuol dire non riconoscere l’altro come una persona uguale a te. Dimmi poco.

Ho ritrovato un vecchio post di Alberto su Flavio Baroncelli. Il convegno era dedicato a lui che aveva rispetto, anche se non sempre cortesia (ci giocava sopra). Era una persona splendida. E ha detto e scritto cose intelligenti che fanno pensare. Per chi non lo conoscesse e per chi lo conosce vedete almeno questa pagina. A Flavio, che ha sempre discusso i pro e i contro del “politically correct”, piaceva Ali G, intervistatore apparentemente  politically NOT correct, ma – direi – pieno di rispetto. Offensivo forse, a volte, per le persone un po’ ignoranti o bacchettone. Per chi non lo conoscesse, vedete almeno una qualsiasi intervista, come la intervista a Noam Chomsky. Per capire cosa c’entra con il convegno, dovete arrivare fino alla fine.

Categorie: convegni · cortesia

6 risposte finora ↓

  • elenalonzo // Dicembre 17, 2007 a 11:25 am | Replica

    Ciao a tutti!Ho partecipato anche io al workshop sull’equal respect e anche per me è stata davvero un’esperienza interessantissima. In particolare, vi consiglio di leggere il paper di Elisabetta Galeotti intitolato “Respect as Recognition”. Prima di ascoltare al relazione di Geleotti non avevo mai riflettuto sul fatto che alcune persone non solo subiscono quotidianamente l’umiliazione di comportamenti di avversione, di schivamento o di condiscendenza, ma devono oltretutto subirli in silenzio, essendo per loro impossibile verificare le proprie sensazioni con quelle altrui. E avevo sempre sottovalutato l’importanza della gestualità nell’accordare a ciascuno il medesimo rispetto e la medesima cortesia. Ho cominciato a pensare che non è affatto sufficiente l’adesione al principio dell’uguaglianza formale e delle pari opportunità per garantire a chiunque un equo trattamento. Per quanto una sorta di “galateo pubblico” possa proibire il razzismo, il sessismo , l’omofobia, moltissime persone che a livello di coscienza riconoscono alle donne, alla gente di colore, ai disabili…il diritto all’uguaglianza e al rispetto, a livello di corpo e di sentimento lasciano trasparire comportamenti e reazioni (spesso autonome e inconscie) di avversione e schivamento (compresi i gesti e toni di voce) che segnano, stereotipizzano, svalutano e degradano determinate persone.
    Se vi venisse voglia di saperne qualcosa di più, io ho i paper, chiedetemeli. Chiaramente il convegno era in ingelese…devo ammettere di aver avuto moltissime difficoltà di comprensione. Avrei voluto e soprattutto avrei dovuto conoscere l’inglese molto meglio…se non avessi avuto i paper sarebbe stato un disastro…
    Concludo il mio commento salutandovi.
    A domani,
    elena
    Ancora una cosa: mercoledì presenterei il mio filmato.

  • tomasoboyer // Dicembre 18, 2007 a 9:45 am | Replica

    Quoto anche io i commenti positivi riguardo a questo workshop.
    Uno dei motivi conduttori delle relazioni (per molti versi diverse tra loro, per toni, genesi e background degli autori) penso sia stato proprio il problema sollevato da Elena nel post precedente: il rispetto dell’uguaglianza formale non basta più; non è sufficiente avere come base un “riconoscimento” di uguaglianza e una forma di rispetto in accordo con essa.
    Da qui la necessità di trovare nuove basi per l’equità, basi che si possono trovare nel rispetto, inteso come un “riconoscimento senza giudizio”, ancora prima che in forme di distribuzioni di risorse, opportunità etc… (sul problema del cosiddetto “Paradigma distributivo” consiglio I.M. Young, Le politiche della differenza, Milano, Feltrinelli, 1996- o chiedete ad elena che è un’esperta di questo argomento).

    Vi saluto,
    Tomaso

  • carlopenco // Dicembre 18, 2007 a 11:30 pm | Replica

    D’accordo. Ma… Se qualcuno esplicitamente ti disprezza e non ti rispetta c’è solo da tagliare finché non cambia idea. E’ diverso il caso di chi “a pelle” si sente a disagio con qualcuno che sente “diverso”. E qui cosa ci puoi fare? Il sentimento del rispetto non è un comportamento che si può imporre. E ci vuole anche rispetto per chi in cuor suo non ti riesce a considerare uguale, ma fa ogni sforzo per essere gentile e sembrare rispettoso. O no?

  • elenalonzo // Dicembre 19, 2007 a 11:24 am | Replica

    Secondo me è necessario distinguere tra due tipi di “rispetto”: merit o esteem respect (condizionato) e recognition o status respect ( che, come riporta Galeotti, “is attributed to each person in virtue of having the moral status of a person”). L’”esteem respect” si può avere, perdere e anche eventualmente recuperare, il “recognition respect” è (o meglio, dovrebbe essere) a priori.
    E’ vero che nel corso delle pratiche sociali, l’acettazione cosciente dell’Altro molto spesso si accompagna a forme di avversione inconscia. Non si può incolpare un soggetto di azioni di cui esso non era consapevle, tuttavia si può “obbligare” un soggetto agente ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni, abitudini, sentimenti, atteggiamenti che tendono a degradare determinate persone. Si può chiedere al soggetto di sottoporre a riflessione i propri comportamenti e di adoperarsi per modificare abitudini e atteggiamenti. Ciò significa pretendere che chi compie determinate azioni se ne assuma la responsabilità, porti al livello di consapevolezza discorsiva il signifcato e le conseguenze implicite delle azioni automatiche.
    La modificazione di abitudini culturali che svualutano alcune persone a mio avviso può avvenire solo se gli individui prendono coscienza delle proprie abitudini e si impegnano a modificarle.
    Il cambiamento culturale e un maggior rispetto per le persone non può certo avvenire per editto. Non si può promulgare una legge che stabilisca la corretta distanza a cui le persone devono porsi quando parlano, o come e quando dovrebbero toccarsi. Tantomeno è desiderabile regolamentare l’espressione delle fantasie, dell’umorismo …Si può solo invitare le persone a sottoporre alcuni fenomeni a pubblico dibattito.

  • puck85 // Dicembre 22, 2007 a 1:13 pm | Replica

    Sono d’accordo con Elena: “un maggior rispetto per le persone non può certo avvenire per editto”, così come l’uso di un linguaggio politically correct non può determinare automaticamente il reale rispetto per la persona. Penco ci ha mostrato un esempio (l’intervista di Ali G a Noam Chomsky) di come si possa avere grande rispetto senza essere politicamente corretti. Il problama per noi fattori della comunicazione resta però questo: il linguaggio può essere intanto un punto di partenza? L’uso di un lessico politicamente corretto può poi portare ad avere rispetto vero, quello che si sente “a pelle”? Io non ho ancora una risposta…

  • carlopenco // Dicembre 24, 2007 a 10:22 am | Replica

    Viva Puck 85 che ha colpito nel segno. San Tommaso diceva: la preghjiera inizia con la bocca e poi nella mente; a me sembrava una cosa sciocca; ma forse non tanto. Se non è forzato o motivato da altri scopi, un modo di parlare “rispettoso” aiuta a creare un ambiente di rispetto. Baroncelli ha fatto vedere gli aspettiridicoli del “politically correct”, ma anche il pericolo della sua demolizione. Prendete ad esempio
    queste riflessioni di pseudo-psicologi. A me fa rabbrividire la semplificazione dei problemi con una patina di pseudoscientificità, la mistura di dati con punti di vista arcaici e l’arroganza di chi pretende di mostrare che le idee politically correct sono antiscientifiche. Sarei curioso di sapere altri pareri.

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