Scusate se uso un nuovo post per un commento ma ho problemi con la visualizzazione del sito… Io vorrei andere in un direzione diversa da quella presa dai mie compagni fattori: il detto è la punta dell’iceberg ma tutto il resto dell’iceberg, anche se resta nascosto, deve esssere compreso dai parlanti. Una comunicazione efficace e cortese deve servirsi continuamente di implicature ma queste devono essere chiare ai parlanti: il non detto non affiora ma fa parte delle conoscenze condivse. Nel caso preso in esame l’implicatura si basava su una base di conoscenze non comuni e la comunicazione è rimasta allo strato superficiale, al detto. Quando di un’iceberg intravediamo solo la punta la nave rischia di affondare e forse anche la comunicazione…
9 risposte finora ↓
elenaghigliazza // Gennaio 9, 2008 a 2:22 pm |
Quello che voglio dire è che, spesso, la comunicazione verbale funziona come un quadro di Pollock o una sonata di Beethoven. Quello che è esplicito è fruibile da chiunque, ma l’esplicito costituisce solo un mezzo per una comunicazione ad un altro livello. Mi sembra che questo talvolta accada anche nelle conversazioni quotidiane, dove spessissimo le conoscenze non sono comuni. Se non si riesce a trovare un espediente comunicativo vincente per rendere comprensibile la nostra intenzione ecco che il nostro atto sarà nullo e soprattutto inutile. Se Warhol non avesse usato la serigrafia come espediente comuncativo probabilmente nessuno avrebbe compreso la pop art, o qualcuno la avrebbe compresa, ma solo molto più tardi. Il professore che non ha capito il messaggio implicito, oltre ad essere stato fuorviato dalla mole burocratica, non è stato certamente aiutato dalle mie parole, che si sono mantenute sul vago, e non sono riuscite ad attivare nella mente del prof. qualcosa che attivasse il ricordo della lezione. Probabilmente il mattino dopo, più lucido e libero da impedimenti burocratici, si è ricordato in che giorno delle settimana stesse vivendo ed ha dato così un senso alle mie parole. La colpa in questo caso è stata sì del prof. che non ha saputo dare un senso esatto alle mie parole, ma anche e soprattutto (ho fatto di tutto per non ammetterlo fino ad ora) mia, che non sono stata capace di trovare un espediente comunicativo vincente senza rendere esplicito (e quindi banale, scortese, invadente) il mio pensiero.
Non sono molto d’accordo con la metafora dell’iceberg, a mio avviso troppo abusata, e soprattutto non condivido il fatto che “tutto il resto dell’iceberg”, ovvero ciò che resta implicito, debba essere compreso dai parlanti. La vera condizione della comunicazione è fornire al destinatario una chiave di lettura corretta.
carlopenco // Gennaio 10, 2008 a 8:01 am |
La metafora dell’iceberg richiama il fatto che ci basiamo su tanta conoscenza pregressa; non che tutto deve essere comunicato in modo sottinteso. L’iceberg è quello che viene dato per scontato ed è presupposto. Come diceva chi ha risposto al post, se uno non vede o usa bene quanto è presupposizione comune rischia far affondare la sua comunicazione (come è appunto avvenuto). La metafora dell’iceberg deve essere ben compresa perché abbia senso.
Quello che mi colpisce è che di solito si rischia, si “azzarda” la presupposizione comune (l’iceberg) e si prova a comunicare. Nel caso specifico però il problema forse è differente. La stud. aveva colto la ristrettezza delle presupposizioni in comune, l’iceberg lo vedeva bene nelle sue dimensioni. Ma c’è stato un contrasto tra il principio della cortesia e il principio della chiarezza. Ha vinto la cortesia sulla chiarezza.
Forse occorre ripensare il rapporto tra le regole della cortesia (non ti imporre, lascia alternative, metti a suo agio l’altro) e chiarezza (massime di Grice), e ridiscutere un po’ le idee della Lakoff. La cortesia aiuta la coesione sociale, ma se la cortesia ostacola la comunicazione di ciò che si vuol dire, rischia di produrre effetti negativi anche a livello di coesione sociale. L’equilibrio tra chiarezza e cortesia è forse uno degli equilibri più difficili da raggiungere. Ovviamente essere diretti e scortesi raggiunge lo scopo informativo meglio (dire “pane” al pane e “vino” al vino). Il resto non è frutto del demonio, ma frutto di convenzioni sociali che spesso servono a comunicare (i) più in fretta (ii) senza offendere.
puck85 // Gennaio 10, 2008 a 11:54 am |
Credo che il conflitto tra chiarezza e cortesia non sia sanabile, ma una regola semplicistica potrebbe esseere: sii cortese finchè il tuo sforzo comunicativo viene compreso, poi passa alla chiarezza e sii pure scortese ma fatti capire! Questo però non aiuerebbe lo stesso la coesione sociale, anche la chiarezza può sempre venire male interpretata, come una scortesia per esempio e torniamo dacapo…Non c’è soluzione o tutto sta nell’interpretazione che si dà di ogni singolo e irripetibile atto lingusitico?
carlopenco // Gennaio 10, 2008 a 5:47 pm |
Va valutata la conseguenza della scortesia. A volte non farsi capire comporta conseguenze peggiori che essere formalmente scortesi. Occorre fare un calcolo delle conseguenze. Dico “calcolo”, ma è anche questione di esperienza e abitudine basata sull’apprendere dai fallimenti passati (se uno sbaglia tanto può imparare tanto e alla fine farsi capire senza essere scortese).
P.S. è interessante da questo punto di vista studiare le forme di comunicazione istituzionali-burocratiche. Spesso le comunicazioni sono al contempo scortesi e difficili da capire. E’ un problema credo tutto italiano.
lidiadany84 // Gennaio 10, 2008 a 11:31 pm |
Chiarezza o cortesia?! Che triste doversi porre questo dilemma… Eppure la chiarezza a volte viene mal interpretata proprio come scortesia… e la cortesia a volte non è proprio sufficiente per farsi capire… allora ancora chiarezza o cortesia?!
Per me l’idea del “calcolo” proposta deve avvenire sulla base di un esame costi/benefici… sempre ovviamente in relazione al contesto in cui ci troviamo…
Ad esempio mi viene in mente la comunicazione tra medico e paziente…
puck85 // Gennaio 11, 2008 a 1:34 pm |
La comunicazione medico – paziente è effitivamente un esempio molto efficace di ricerca di un equilibrio tra cortesia e chiarezza… le conversazioni medico-paziente sono state per esempio analizzate in un libro sulla mitigazione della Caffi, di cui ora non ricordo esattamente il titolo… La mitigazione viene sfruttata proprio quando una frase, chiara, appare però scortese o invadente e si cerca di attenuarne l’effetto negativo… Staimo ancora valutando le conseguenze, facendo un “calcolo”…
carlopenco // Gennaio 11, 2008 a 9:49 pm |
Perché è triste porsi il dilemma “chiarezza o cortesia”? E’ un dilemma quotidiano. Anche la Caffi diche che le due massime “sii chiaro” e “sii cortese” sono conflittuali: “la chiarezza nella maggiornaza delle occasioni va a scapito della cortesia” (Caffi, 6 lezioni di pragmatica, Name, 2002, p.82). Ma la cortesia fuori luogo dà adito a fenomeni ridicoli. Ogni contesto richiede invenzione, il lettore mi consenta
valentinaliotta // Gennaio 12, 2008 a 4:44 pm |
A proposito di forme di comunicazione riuscite o non riuscite vorrei segnalare all’ultimissimo minuto uno spettacolo molto bello, “Il Castello”, in scena fino a stasera al teatro Duse.
Si tratta della riduzione teatrale dell’ultimo romanzo di Kafka: il Castello è la sede di una potente burocrazia che amministra il territorio circostante con un groviglio di leggi contrarie alla morale e alla logica. Tuttavia, gli abitanti del villaggio le accettano e le usano per creare una sorta di muro di isolamento intorno al protagonista, l’agrimensore K. I dialoghi sono una rappresentazione angosciosa della violazione di ogni principio di cooperazione,delle regole della cortesia e delle massime di Grice.
Un autentico delirio di anti-comunicazione che porta il protagonista alla morte per esaurimento e lo spettatore a riflettere sull’assolutà preziosità di comunicazioni ben riuscite.
Tra l’altro, lo spettacolo è anche gratuito (cosa ben accetta da noi genovesi) perché si tratta di un’esercitazione degli allievi della Scuola di Recitazione dello Stabile (che, vi assicuro, sono brevissimi!)
Spero che qualcuno riesca ad andare a vedere lo spettacolo…nonostante sia ormai tardissimo!
carlopenco // Gennaio 13, 2008 a 7:59 am |
Non avevo mai pensato a una analisi de “Il Castello” dal punto di vista delle regole della conversazione. Bell’idea. C’è da dire che anche il signor K. non brilla. Pensate all’inizio: “Alcuni contadini sedevano ancora davanti alla loro birra, ma egli non volle parlare con nessuno…”. MA accidendti, arrivi in un paese nuovo nel bar dove i contadini bevono birra; bevi un po’ di birra anche tu e fa’ due chiacchere!