La discussione sul Semantic Web con Bouquet poteva durare di più, ed è di fatti proseguita al bar di sotto. L’idea base è bellissima e intuitiva: come il web 1.0 è nato quando si è passati da singoli esperimenti di ipertesti a un sistema per collegare testi in rete, così il Semantic Web è quello che avverrebbe se le basi di conoscenza che sono individualmente recuperabili sul web potessero parlarsi tra di loro ( almeno questo è il succo di un vecchio testo di Tim Berners Lee, il fondatore del web). [Cosa è una base di conoscenza? Ad esempio Cyc, una delle più famose...]
Cosa rende difficile alle basi di conoscenza parlarsi tra di loro? Il fatto che hanno diverse ontologie (diverse classificazioni) e non hanno un sistema per individuare uniformemente gli enti di cui parlano. Un primo passo è una struttura generale per la descrizione (RDF Resourse Description Framework), ma è solo un meccanismo sintattico. Sul piano dell’ontologia e della comunicazione tra diverse ontologie i lavori sono numerosissimi (esempio SUMO). Manca il lavoro sull’individuazione delle entità di cui si parla (siano esse persone, o eventi, o luoghi).
L’idea del progetto è avere, oltre al DNS (Domain Name System) un ENS (Entity Name System), in modo da avere una individuazione univoca delle entità che si cercano sul web: è il “progetto OKKAM“. Bouquet ci ha portato un esempio di ricerca di frontiera. Come si svilupperà il lavoro dipenderà dal suo team (e dai fondi, come sempre). La cosa più interessante è che il problema della comunicazione tra macchine ha molti dei problemi della comunicazione tra umani (le ambiguità semantiche, la difficoltà di disambiguare descrizione definite in diversi contesti, la differenza tra decrizioni e designatori rigidi, la dipendenza contestuale del significato delle parole, tanto per parlare di problemi non da poco). I filosofi lavorano spesso a individuare possibili problemi; gli informatici a risolvere problemi per certi aspetti più semplici, il cui spessore è dato dalla applicazione. Aiutare a trovare una buona comunicazione tra informatici e filosofi può essere non secondario nell’aiutare a risolvere i problemi di comunicazione tra ontologie:-)
3 risposte finora ↓
carlopenco // Febbraio 23, 2008 a 10:19 am |
Ho dimenticato di ricordare “protegé”:
http://protege.stanford.edu/
uno degli standard di ontologia da cui partire
Il problema del rapporto comunicazione/ontologia ricorda che i più grossi problemi della comunicazione tra umani vengono dati dal diverso significato dato alle parole: (i) si usano parole un po’ diverse per riferirsi allo stesso tipo di cose o (ii) si usano parola uguali per riferirsi a cose differenti.
Qui parlo di “riferirsi a”. Ma potrei anche parlare di inferenze collegate alle parole che si usano. Prendiamo (ii): se dico “ci vediamo al cine” cosa intendi tu? Che ci incontreremo alla cassa? che andiamo allo stesso spettacolo (dove al buio non ci si vede) e magari ci vediamo all’uscita? Che andiamo sul set di fronte al regista?
tomasoboyer // Febbraio 29, 2008 a 4:48 pm |
Oggi ho partecipato ad un interessantissimo seminario di filosofia della scienza al quale hanno partecipato il prof. Zanghì (docente di Fisica teorica che terrà la seconda parte del corso) e il Dott. Rivieccio che si occupa di logica matematica e che ha esposto le geometrie non euclidee.
Erano presenti studenti di filosofia (di diversi indirizzi) ma anche del biennio in giornalismo: al di là dell’indubbio interesse (almeno per me) è risultato evidente come le diverse esperienze (e ontologie) abbiano creato una notevole difficoltà di comunicazione.
Le difficoltà sono nate, ancor prima che dai contenuti, dalle differenze esistenti nei linguaggi tecnici delle diverse discipline.
Le parole hanno significati diversi nei diversi linguaggi, a questo si è aggiunta una scarsa base di conoscenze comuni condivise.
La stupefacente chiarezza dei relatori ha aiutato molto ma la comunicazione è naturalmente risultata più complessa e faticosa.
Come fare in questi casi?
Come ci si può aspettare una comunicazione sufficientemente chiara tra ontologie differenti?
Per quanto mi riguarda cerco sempre di usare i mezzi della pragmatica, rispettare le massime conversazionali ed esplicitare il più possibile, ma non sempre basta.
Rileggendo articoli e commenti sul nostro blog mi sono improvvisamente reso conto delle difficoltà di comprensione che potrebbe incontrare chi si occcupa di altre discipline (in questo senso l’uso di esempi è sempre molto utile).
carlopenco // Marzo 1, 2008 a 9:12 pm |
Peccato non aver saputo dell’incontro! (Rivieccio me lo poteva dire…e Zanghì è bravissimo).
Credo che manchi in Italia un minimo di preparazione comune su “critical thinking” che è un comun denominatore di molte università americane. Alcune idee base di logica dovrebbero essere condivise da tutti, ma raramente accade (addirittura tra filosofi). Ma manca anche una cultura scientifica condivisa, se non molto approssimativa.
Questo fà sì che ogni discorso per essere comprensibile rischia di fermarsi solo alle prime battute. Infatti se le presupposizioni non sono condivise, occorre esplicitarle. E a volte un discorso rischia di fare solo questo. Non basta sapere che occorre avere certe conoscenze condivise per parlarsi bene; occorre anche averle! Non so se parlarei di ontologia o piuttosto di lessico non condiviso, ma anche di ignoranza sempre più ampia (per sovrabbondanza di informazione irrilevante). La cultura non è acqua (e siamo sempre più ignoranti, come capre).