1.Comunicazione politica è convincere le persone a votare per te; per questo hai bisogno di mezzi di comunicazione: televisioni, giornali, internet e qualcos’altro. Qualcos’altro (comizi, ecc.) è divenuto secondario rispetto al possesso di televisioni e giornali. Come diceva McLuhan, il mezzo è il messaggio. Il contenuto del messaggio è quasi irrilevante: è il fatto di ricevere quotidianamente un messaggio che ti convince giorno per giorno.
2. Chi ha vissuto il periodo del primo dopoguerra racconta di aver assaporato un senso di libertà. Questo senso di libertà si è perso, non per sempre, ma non se ne intravvede l’arrivo. Cambierà qualcosa lo sviluppo della banda larga e la fine della neotelevisione? Forse cambierà qualcosa quando più giovani avranno sperimentato cosa vuol dire vivere in paesi civili e capiranno la differenza. O forse l’Italia verrà presa in affitto o comperata da qualche altro paese, come si compera una azienda in crisi. Con il problema – non indifferente – che non si possono licenziare i cittadini.
3. Alcuni politici, anche bravi economisti, sanno vedere lontano ma non sempre sanno vedere vicino. Non si rendono conto di cosa è diventata la maggioranza degli italiani, come ragiona, come pensa, cosa spera. A suo tempo si disse: “fatta l’Italia occorre fare gli italiani”. Ma si esclusero i garibaldini dalle milizie ufficiali – contro quanto promesso – per paura che contaminassero i soldati dell’esercito con le loro idee repubblicane. E gli italiani non ci sono ancora; forse non ci saranno mai; nemmeno una lingua ci unisce. Nemmeno quella televisiva, che unisce più della scuola, ormai ridotta a brandelli. Forse la mafia ci unisce ancora: “l’Italia è il paese dove c’è la mafia” vale ancora nell’immaginario collettivo. Gli spaghetti non valgono più da quando si è riscoperta la cucina regionale.
comunicazione politica
Aprile 15, 2008 · 2 Commenti
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2 risposte finora ↓
Federico Ravera // Aprile 16, 2008 a 11:53 am |
Lascio questo commento con la premessa di non avere ancora seguito un corso di comunicazione politica. Comunque, spero di dare un contributo utile.
1) Uhm uhm, io non sarei così estremo, il contenuto conta eccome. Vero è che la ripetizione porta spesso al convincimento per “assorbimento”, ma un messaggio può essere semplicemente rifiutato. E poi è un problema che è sempre esistito, in fin dei conti. Inoltre, un leader carismatico sa convincere un po’ di ogni cosa, ma dir belinate a ripetizione alla fine costa il carisma stesso (vedi Berlusconi alla fine del suo precedente mandato).
Diverso il discorso di telegiornali&co quando falsano la realtà, anche solo parlando troppo spesso di un certo argomento. Qui è questione di cadere in quella che in sostanza è menzogna: io mi convinco di una cosa perché credo (in linea di massima) che quello che mi dici è veritiero. Se mi parli troppo spesso di una cosa, mi stai dicendo che quella cosa è un grosso problema e in questo senso mi menti.
Piuttosto, la ripetizione della presenza è diventata davvero centrale: la presenza in televisione fornisce popolarità, la popolarità fornisce carisma e consenso. Con essi, cresce il potere.
Che in politica valga spesso più l’emotività della ragione è un altro discorso, ma dimostra che il contenuto del messaggio conta eccome, che contano i punti sensibili che questo sa toccare. Mi sembra che lo dimostri bene il maccartismo berlusconiano: “la sinistra è il tuo nemico, io la combatto quindi devi stare dalla mia parte”: è un contenuto che funziona fin troppo bene ed è centrale nella sua politica!
2) Forse servirà un nuovo periodo di oscurantismo… Una nuova occupazione, questa volta delle nostre opinioni, che sappia causare una presa di coscienza, una reazione e una nuova Liberazione. Forse la nostra generazione o le prossime potranno assaporare questo senso di libertà…
3)Urk, discorso difficile, quello della nazione! Una sua retorica classica è proprio l’appello affinché sia “unita”. Sacrosanto, per carità. Il problema, piuttosto, è che si può declinare in tanti di quei modi che può creare dei mostri. Sacra difesa di una Cina unita -> libertà al Tibet? Neanche per scherzo!
Quanto all’unità italiana, io trovo che spesso ci sia un equivoco, che si confonda l’unità per qualcos’altro. Per esempio, pensare che le differenze siano una divisione -> dobbiamo essere tutti “più uguali”. Ahi, è con la difesa della varietà culturale come la mettiamo? Una ventina abbondante di lingue mandate all’estinzione e siamo tutti più italiani… Uhm, mi pare che la storia insegni che le differenze che causano divisioni siano altre, e che siano restate tutte. Mi sembra invece che il parlare lingue diverse non sia in sé stesso un problema, che queste siano state osteggiate per cent’anni e più per un equivoco. In nome del “fare gli italiani” si sono compiuti dei genocidi culturali, per un malinteso senso dell’unità, in fin dei conti per un nazionalismo, pur debole come il nostro, che io, da sinistra, guardo sempre con sospetto.
Se vivremo un neoregionalismo (basta che non sia in salsa razzista), per me che ben venga. Il mondo è bello perché è vario. E l’Italia pure.
carlo // Aprile 24, 2008 a 7:40 am |
Non commento il commento 1) su cui concordo e grazie a Federico di aver fatto chiarezza sulla mia provocazione. Sul punto 3) è intervenuto il Sole 24 Ore di domenica 20 Aprile con l’articolo di prima pagina del domenicale “Un’Italia divisa per le feste: perché nessuna ricorrenza del nostro paese è stata in grado di fondare una coscienza nazionale? Dal 25 aprile al 20 settembre, le difficoltà di creareuna vera identità condivisa”. Sui tentativi di fondarsi su una “storia comune condivisa” ha parole efficaci: “Come dire: i combattenti per la libertà [la resistenza] e i combattenti contro la libertà [il fascismo] sono accomunati dal valore del combattimento, e questo basta a riconoscere le pari dignità dei loro principi e dei loro ideali”. E commenta “è difficile dire se una storia così sarà mai scritta, sacrificando la verità storica sull’altare della memoria comune”. Queste riflessioni seguono, se non erro, i richiami a riscrivere i testi di storia per le scuole perché troppo “di sinistra”. Infatti parlano della resistenza in modo positivo, come movimento che ha contribuito a formare l’Italia, e non parlano allo stesso modo della Repubblica di Salò. Questo è il grosso problema: quando sono andato a insegnare a Lecce sono arrivato il 25 Aprile e ho detto due cose a proposito: mi hanno risposto: “ah, quello che voi al nord chiamate “liberazione”. Non è questione Nord-Sud. Ma c’è una gran parte dell’Italia che non ha mai digerito la sconfitta del fascismo e dei suoi valori. Non si può fondare una coscienza nazionale su divisioni così grosse. I nervi sono ancora scoperti, tra quelli i cui padri hano partecipato alla seconda guerra mondiale in un modo o nell’altro. Per i più giovani (voi), forse, sono solo discorsi.