Fattoriadellacomunicazione’s Weblog

“in Italia non c’è gusto a essere intelligenti”

Marzo 16, 2009 · 1 Commento

Non c’è spazio per fare un blog mentre si insegna; insegnare prende quasi tutto il tuo tempo; e non resta molto altro. Ore a preparare i powerpont delle lezioni, ogni anno differenti.  Resta sempre il  dubbio di fondo: insegni a chi, per cosa? E nel retroterra delle tue credenze  riecheggia il messaggio degli skiantos:

“In Italia non c’è gusto a essere intelligenti”

Provarci a trovare questo gusto? Trovare interessante che esistano persone che non disprezzano l’intelligenza e addirittura la praticano? Vedere barlumi di intelligenza anche in mezzo alla più abietta inattività intellettuale?

Aspettiamo il libro della Levi Montalcini sui due cervelli. Lei non ha abbandonato la speranza. Finché c’è speranza c’è vita.

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viadelcamp

Febbraio 1, 2009 · 1 Commento

viadelcamp perché no?

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Franco Carlini: discussione su web e democrazia

Gennaio 20, 2009 · Lascia un Commento

Convegno su Franco Carlini democrazia e webOggi Convegno su Franco Carlini (vedi elenco relatori) dal titolo

Politica condivisa: altruismo e democrazia nella rete“.

Bravo Totem a organizzarlo con buoni interventi a voci diverse (vedi resoconto di Mentelocale). Di schiena si riconoscono Alberto d’Ottavi (dietro il video) e Oscar Itzcovich (dietro la cinepresa). Rimando all’inedito – ora edito – di Franco Carlini sul circolo della conoscenza, e – già che c’erano rappresentanti della stampa (Il Sole 24 Ore e La Stampa) – rimando a un esempio di democrazia di oggi da “La Stanpa online”: la reazione alle false recensioni su Amazon.

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implicatura emotiva?

Gennaio 5, 2009 · Lascia un Commento

Analisi di un report di un discorso politico in vista della legge sul maestro unico riportato in data odierna sui quotidiani:

“Aver introdotto un team di tre insegnanti non corrispondeva a esigenze pedagogiche e formative. Ho piuttosto l’impressione che sia servito soltanto a far aumentare il numero degli insegnanti. E la cosa mi pare piuttosto illogica visto che il numero dei bambini in classe durante gli anni è diminuito per il calo delle nascite”.”

Sono tre asserzioni:
(1) asserzione perentoria, data per vera
(2) asserzione dubitativa (è solo un’impressione) data in contrapposizione (“Piuttosto”) a quanto negato in (1)
(3) Rafforzamento di (2)

La struttura del discorso tende a giustificare la (1) che peraltro viene data come verità scontata. In qualche modo si autoconfuta, ma non agli occhi di un lettore incapace di inferenze. La verità si (1) è ovviamente dubbia: il modello italiano dei tre docenti a rotazione  per molti teorici risulta migliore di altri per la formazione del bambino. Per evitare dubbi,  la  (2) tende a dare conferma  indiretta della verità di (1)  suggerendo il “motivo reale” (agli italiani piace il complotto) cioé l’astuta mossa di moltiplicare i posti per i fannulloni, Il presumibile motivo reale è  comprensiobile a tutti. Guarda caso è esattamente il  contrario del motivo (altrove) esplicito  del governo:  risparmiare, quindi tagliare posti. La (3) completa il ciclo: a questo punto si presuppone (non si asserisce esplicitamente) la verità di (2). Solo con tal presupposizione la frase (3) infatti ha senso. Se poi sia vera è un’altro discorso.

Il vero messaggio chiave è  l’uso della presupposizione di (1) e quindi di (2) in (3):  se sei un po’ distratto e ti metti a discutere  (3), [ ad es. dici che sono aumentate le nascite di immigrati] accetti ovviamente come presupposto la verità di (1) e di (2).

Detta in breve: questo è fare politica della comunicazione.

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implicature e senso critico sul 180

Dicembre 9, 2008 · Lascia un Commento

Dal Corriere della Sera si riporta che l’8 dicembre il sottosegretario Letta si è rivolto ai precari dicendo di criticare “in modo un po’ piu’ avvertito, senza ripetere cio’ che qualcuno vi ha suggerito”. Implicatura: gli studenti sono giovani e facilmente strumentalizzabili; il loro senso critico è limitato; non hanno idee loro, ma derivate da altri (docenti?  partiti di opposizione?).
Un aspetto di quanto sottintende Letta  è molto apprezzabile:  il senso critico è una materia che non abbonda nel paese e andrebbe coltivato.
In particolare il senso critico manca al nostro Governo che ha accettato frettolosamente un cambio delle regole in corso per i concorsi universitari già banditi, con l’unico effetto di rallentare i concorsi stessi. Il decreto “urgente” 180 – per quanto riguarda i concorsi –  è solo un segnale mediatico per far vedere che “si lavora” al cambiamento.  Rimando a un comunicato dell’ANDU per far capire che anche in questo caso avrebbe senso dire ai nostri governanti: fate pure le riforme, ma fatele “in modo un po’ piu’ avvertito, senza ripetere cio’ che qualcuno vi ha suggerito”.

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scoprire il falso

Novembre 24, 2008 · Lascia un Commento

Lo ammetto; dovrei dire ci sono cascato e anche io ho sostenuto e creduto che la Palin credesse che l’Africa fosse un paese (“country”) e non un continente. Mi sono fidato di notizie da internet, fonti apparentemente affidabili, e il personaggio invitava a credere che fosse così. Una fonte, Martin Eisenstadt, pare sia una invenzione di due burloni, Eitan Gorlin e Dean Mirvish, che hanno creato lo Hardind Institute for Freedom and Democracy e lo stesso personaggio Martin Eisenstadt (vedi sourcewatch) Ma…

Ma è vero che è falso che la Palin credeva che l’Africa fosse un “paese” e non un continente? Lo Huffington Post (vedi link) sostiene che, anche se la fonte Eisenstadt è una bufala (una hoax), questo non toglie il fatto che la Palin abbia detto che l’Africa era un paese e non un continente.
Lo HP denuncia i metodi di creazione ad arte di notizie false, ma nega al contempo che il suo resoconto sulle incompetenza della Palin fosse falso. E presenta il video incriminato (ma si vede anche la Palin che si lamenta del fatto che le sue parole sono state citate “fuori contesto”; questo implica che la Palin ammette di aver detto qualcosa che non andava; è affascinante quanto venga usato il “fuori contesto” dai politici; se si va sugli italiani, poi, si supera il ridicolo, ma non è il contesto questo per riportare casi nostrani).

Cosa è vero? Qui abbiamo dichiarazioni pubbliche, filmati televisivi, interviste, ma anche personaggi inesistenti creati ad arte. Scoprire dove sta il vero diviene sempre più difficile in questo gioco di specchi. La comunicazione pubblica per tradizione distingue fatti da opinioni. E’ la distinzione ancora valida? Sì, nonostante Nietsche e l’ermeneutica (chi credesse ancora al fatto che non si sono fatti ma solo interpretazioni può rileggere il libro di Marconi Per la verità, Einaudi, 2007). Ma distinguere fatti da opinioni è sempre più difficile. E’ una sfida che qualsiasi giornalista serio dovrebbe cercare di affrontare. Ma è innegabile che i quotidiani siano pieni di giornalisti poco seri, e questo è rafforzato dalle potenzialità di internet e dei giornali su web. Domande:

A chi spetta il compito di distinguere fatti da opinioni?
Abbandonare il blog-giornalismo?
Distinguere drsticamente grionalisti e bloggers?
(vedi una breve discussione su giornalismo, blog, e caso Gorlin-Palin)

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libertà di espressione

Novembre 16, 2008 · 1 Commento

Perché solo in Italia c’è chi immagina di fare leggi per limitare l’uso dei blog?
Perché solo in Italia si vogliono equiparare i blog a testate giornalistiche?
Viene riproposta la legge sulle restrizioni ai blog di Ricardo Franco Levi che, criticato già nel 2007, rispondeva: “Non abbiamo interesse a toccare i siti amatoriali o i blog personali, non sarebbe praticabile”. Ma la proposta suscita diverse perlessità anche oggi e attiva subito una sottoscrizione per la libertà di bloggare sul sito di Beppe Grillo:

Mentre impazza la discussione sul web, vi sono proposte di “aggiustamento” che dovrebbero calmare gli animi, SE accolte assieme a precisazioni sulla organizzazione impernditoriale del lavoro. Infatti la proposta dice: “Sono esclusi dall’obbligo dell’iscrizione al Registro degli Opertori della Comunicazione i soggettiche accedono a internet o operano su internet in forme e con prodotti, come i siti personali o ad uso collettivo, che non costituiscono il frutto di una organizzazione imprenditoriale del lavoro.”
E i siti delle Università? Dei Dipartimenti? Delle Facoltà? I blog promozionali delle Ditte? Tutte le home page di ditte non solo informatiche? Già che in Italia siamo all’ultimo posto per l’uso di Internet, questa pare un’ottima occasione per rallentare l’accesso a internet delle nostre ditte, comprese quelle di comunicazione (da una tesi di laurea data a Savona il 90% delle ditte “di comunicazione” liguri non ha una pagina internet!!!) Se devono anche  fare domanda per il ROC (REgistro Operatori Comunicazione) siamo ben presi; è una spesa in più e un rischio in più: e chi ce lo fa fare?

Si capisce il bisogno di una legge sull’editoria, ma facciamo anche attenzione a non bloccare lo sviluppo di internet nella nazione europea più arretrata in questo campo. Che dire? meglio che niente: chi vuole mettere la sua foto nell’elenco delle foto del “free blogger” clicchi sull’iconcina di cui sopra:)

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africa

Novembre 7, 2008 · 1 Commento

si viene a sapere infine che la candidata alla vicepresidenza degli Stati Uniti non sapeva che l’Africa è un continente, e che il Sud Africa non è solo una parte di Africa (qualsiasi cosa essa sia), ma uno stato. Forse il risultato elettorale usa ci ha salvato da un disastro difficilmente immaginabile.

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parlare

Novembre 6, 2008 · Lascia un Commento

Guardare i discorsi finali di Obama e McCain è istruttutivo:

Che McCain riesca alla fine a suscitare un vero entusiastico applauso è altrettanto affascinante del discorso di Obama. Una persona capace di sconfitta è ammirevole. Ed è istruttivo il riconoscimento reciproco dei candidati (“we are not enemies, but friends”). Un altro mondo perché giocano altri valori condivisi.
In questa campagna molto ha contato internet, ma anche la capacità di parlare con autorità.

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Lessico provvisorio (università 2008)

Ottobre 22, 2008 · 3 Commenti

Lessico provvisorio del dibattito sull’Università
(versione 15.11.08 in ordine alfabetico e prima numerico)

18 politico; il Ministro ha trovato un nuovo nemico immaginario: “Vogliamo cancellare dalla scuola e dall’università l’ideologia dell’egualitarismo, del 18 o del 6 politico a tutti”. E cosa è? qualcosa che alcuni studenti “politici” chiedevano più di 40 anni fa e cui nessuno pensa più da almeno 30 anni.

33-34 Articoli della Costituzione italiana richiamati spesso.

126 La legge che ha abolito l’ICI e.. creato problemi di bilancio contribuendo (assieme al disastro Alitalia) al taglio del finanziamento ordinario delle Università pubbliche.

133 Il decreto della discordia 122 convertito in legge 133 il 6 agosto 2008

137 Il decreto urgente per maestro unico,ecc. che dopo proteste del 28 è stato approvato il 29 Ottobre, con proteste vivaci e scontri violenti.

180 Il decreto legge sul reclutamento, (10.11.08) borse di studio e altro

1968 Non c’entra niente. Il ‘68 è un movimento mondiale del secolo scorso; questo è un fenomeno locale, legato alla particolarità italiana. E’ vero che vi sono proteste sulle riforme universitarie anche altrove: nel 2007 gli studenti francesi (Sorbona compresa) si ribellavano alle riforme di Sarkozy (e anche nel 2008); ma in Francia, al contrario che in Italia, invece di tagliare si immettono nuove risorse finanziarie per l’università. Proteste vi sono in Spagna a Valencia, Madrid e in Galizia (ma non nella regione catalana che spende molto per la ricerca). Inoltre il ‘68 era un movimento libertario e anti autoritario. Gli obiettivi polemici erani la famiglia e i professori. Le ragazzine che oggi vanno a bere la sera al bar non hanno idea che negli anno ‘60 quello che oggi danno per scontato era “proibito” – per usare un eufemismo. Gli studenti e le studentesse di oggi sono liberi di fare quasi tutto quello che vogliono – la televisione insegna anche libertà di costumi inimmaginabile allora. Hanno altri problemi; vogliono studiare meglio, vogliono lavorare di più, vogliono più serietà e competenza attorno a loro e vogliono una Università italiana almeno a livelli europei.

Bamboccioni e opportunisti Poco da dire, se non rimandare alla intervista al Ministro Brunetta(pdf) che, in un tentativo di imitare Padoa Schioppa, parla di “bamboccioni protestatari e ignoranti” e di “baroni opportunisti che usano questi bamboccioni per mantenere i loro privilegi”. L’intervista prevede anche incentivi per chi lavora meglio. Ma i baroni di cui sopra non vogliono incentivi per sé, bensì fondi per assumere i giovani che da anni sono a spasso in Europa; vogliono che la Università statale non venga abrogata per decreto. Slogan: “Che si fa? si statalizzano le banche e si privatizza l’Università?”

Competenze Con quali competenze vengono selezionati i professori? (vedi sotto la voce “professori”). Si dice che sono “tutti raccomandati” o tutti “parenti” (anche se a volte lo diventano dopo essersi incontrati negli studi; spesso Dio li fa e poi li accoppia). Il familismo amorale comunque è nato italiano Così avviene nel commercio, nell’industria e nella politica italiana: chi si scandalizza se a dirigere televisioni sono i figli di Berlusconi se a far carriera in Fiat sono parenti di Agnelli? e così via fin nelle piccole e medie imprese è difficile non trovare figli e parenti. Non va meglio nel Parlamento, da quando la legge di Calderoli ha eliminato la possibilità di preferenze individuali, e quindi si viene eletti per amicizie rilevanti dentro il partito. Né va meglio al Governo con le scelte dei ministri. Su quali dimostrazioni di competenze specifiche (pubblicazioni, esperienze di politica scolastica, conoscenza della materia…) si è scelto l’avv. Mariastella Gelmini come ministro dell’istruzione? Difficile capire, a parte l’amicizia.

Diritto allo studio, studio per tutti. D’accordo ma pagate più tasse (sono tra le più basse d’Europa, anche se in Svezia si paga meno) e date maggiori possibilità di non pagarle a chi è povero di famiglia (non ai figli dei più abbienti che possono pagarsi una casa e risultare così nullatenenti). Finché non ci saranno case per gli studenti, non ci sarà mobilità verso le università migliori, se non ci sarà mobilità non ci sarà competizione. Una riforma dell’università si fa con i piedi, con i piedi degli studenti che possono scegliere dove andare, e non sono costretti a pagare cifre da capogiro per un letto in una stanza a quattro

Fannulloni Ammettiamo che in certi ambienti siano più numerosi i fannulloni e in altri i “furbetti” (questi ultimi fanno anche più danno: vedi la situazione delle banche). Di qui a classificare come fannulloni “gli statali” è piuttosto ridicolo. Le aziende statali – sotto gli occhi di tutti – continutano a funzionare, tranne forse l’Alitalia per cattiva gestione precedente; come mai? La percentuale dei fannulloni è normalmente bilanciata dagli stakanovisti. I quali ovviamente vorrebbero che il lavoro venisse meglio distribuito tra tutti, ma la istituzione deve funzionare (si chiama spirito di “servizio civile”, di cui vanno fieri quelli che lavorano in istituzioni considerate importanti nei loro paesi, dove i lavori “intellettuali” non sono considerati “parassiti e improduttivi“). Ovviamente quando uno stakanovista si sente etichettare come fannullone solo per il fatto di fare per pochi soldi un lavoro che nel privato gli renderebbe il quadruplo, ci rimane un po’ male. Attenti alle generalizzazioni azzardate! Non buttate i tanti bambini stakanovisti con l’acqua sporca dei pochi fannulloni rimasti. Ma il sistema stesso aiuta una certa rilassatezza dei costumi, come già notava Adam Smith.

Forze dell’ordine Il primo ministro minaccia di usare le forze dell’ordine nelle scuole. Ma per legge la polizia a scuola la dovrebbe chiamare il responsabile, cioé i Presidi per le Scuole e i Rettori per l’Università. Questo è accaduto in passato. Oggi è difficile immaginare che chiamino la polizia i rettori, che condividono de facto gran parte dei motivi della ribellione studentesca, dovendo lottare per la sopravvivenza della loro Università cui vengono tagliati i fondi. Alla fine, il giorno successivo, il primo ministro dice di non aver mai pensato di mandare la polizia nella scuola. Pensiero e parole non vanno sempre assieme.

Grembiule Caso interessante di concentrazione dell’attenzione dei mass media. Mentre si sta abbattendo sull’istruzione pubblica uno tzunami, si discute se è una buona scelta mettere il grembiule nella scuola primaria. Si discute di una inezia come se fosse una scelta determinante. Sarebbe interessante sapere se è stato intenzionale o se è stato un caso. Se è intenzionale complimenti a chi l’ha pensato; se è un caso è un bel segno della voglia di cazzeggiare degli italiani.

Maestro unico La ribellione di famiglie e maestri è iniziata alla scuola elementare: chi ha sentito il Ministro Gelmini rispondere in un salotto televisivo sulla funzione dei tre maestri ha capito che probabilmente non sapeva bene come funziona la scuola elementare. I tre maestri non sono quasi mai in contemporanea – se non in casi particolari – e sono tre su due classi. Dunque: (1) ridurre al “maestro unico” vuol dire tagliare un maestro su tre. Riduzione delle spese di un terzo: lo capisce un bambino. (2) ridurre al maestro unico vuol dire riduzione del tempo a disposizione degli alunni a scuola (tranne che dalle suore che sono sempre presenti); lo capisce addirittura anche un adulto. A qualcuno piace “unico”; ma se il modello di educazione è la famiglia, allora perché non almeno due come i genitori o tre compresa una nonna o zia? di “unico” vi è solo il duce.

Nature Importante rivista scientifica che nell’aprile 2008 si chiedeva perché i candidati alle elezioni non avevano puntato sui finanziamenti alla ricerca. L’articolo è a pagamento, ma le prime righe aiutano a capire (vedi voce “risorsa”).

Pensiero e parole Il legame tra pensiero e parole – e in generale tra pensiero e linguaggio – è la questione su cui dibatte ogni teoria della comunicazione. Alcuni sostengono che ogni discorso può essere liberamente interpretato (questa posizione di ermeneutica estremista oltre il “pensiero debole” pare supportata dai curatori dei discorsi del primo ministro, che possono cambiare significato a seconda dell’opportunità – vedi la voce “forze dell’ordine” sopra), altri sostengono che ci sono limiti alle interpretazioni, e che certe frasi hanno certi valori di verità (vero o falso) e conseguenze che è difficile negare. Per entrambi vale che una implicatura conversazionale si possa e si debba cancellare per tempo se non era intenzionale (o non si vuole che appaia come tale); la differenza tra i due tipi di scuola è che per la seconda non tutto è implicatura; ogni tanto si dice appunto qualcosa valutabile come vero o falso, o come asserito o no. Non tutto si può “cancellare”; qualche volta occorrerebbe “ritrattare” (dire “ho sbagliato”, anche se difficile).

Portfolio aziendale Il richiamo degli studenti è alla differenza tra Università come istituzione pubblica e azienda. Istituzione pubblica richiama due cose: (1) la cosa pubblica – notoriamente qualcosa che si contrappone all’idea di “Cosa Nostra”. (2) la coesione sociale: a differenza di una azienda, uno stato non può “licenziare” i suoi cittadini (se non mandandoli al confino). Il richiamo all’università come bene pubblico è un richiamo ai valore della cosa pubblica.

Precari I precari all’università sono spesso una eredità del passato; chissà; magari parte del personale è stato promosso per amicizia ma è incompetente; si poteva un tempo scaldare una sedia; oggi non si può; ci sono cose da fare; occorre padroneggiare programmi informatici e non sei capace il sitema non funziona. Si puntella così con persone capaci, che diventano veri esperti. Ma proprio a loro non si possono rinnovare contratti. Qui anche colpa della sinistra: vuole garantire il posto e dice: dopo tre anni si assume e non si può proseguire nel precariato. Ma non si assume e la soluzione è licenziare il precario e dare un posto precario a un altro giovane ovviamente inesperto (slogan: invece di eliminare il precariato eliminano i precari).

Professori A diversità dei figli dei dirigenti di industria e dei ministri, i docenti sono passati attraverso concorsi pubblici spesso difficili e hanno dovuto dimostrare capacità e competenza nei loro settori. Qualche pasticcio c’è, ma più di tanto non si può ingannare. E gli stessi docenti chiedono maggiore severità, meno inciuci di amicizie e selezione più rigorosa, con valutazioni a livello internazionale – non è un caso che molti giovani allievi trovino lavoro fuori Italia, avendo studiato da noi. C’è del marcio, ma è piccola cosa di fronte al resto della società civile. Nota: il nepotismo esiste ovunque, anche tra i professori; le raccomandazioni esistono ovunque, ma – a differenza che in altri paesi dove sono richieste esplicitamente – in Italia sono usualmente nascoste e volte a promuovere più l’amicizia e la fedeltà che la competenza. L’Università non si sottrae al malcostume generale, ma almeno ha qualche strumento per reagire, se solo una riforma seria aiutasse!

Risorsa L’università è ovunque una risorsa. Da noi è solo una fonte di spesa da tagliare. Infatti come risorsa dà risultati a lungo termine. E a lungo termine siamo tutti morti, come diceva Keynes. Quindi politicamente non rende. Rende di più fare sconti ai commercianti e agli industriali, gestire l’opinione pubblica con le televisioni e dare panem et circenses (a volte anche meglio solo circenses, ieri gladiatori, oggi calciatori & veline). Curiosamente le nostre tasse vanno a pagare la pessima gestione dell’Alitalia, i buchi delle Ferrovie, la rovina delle banche. Ma non vanno a pagare il futuro della cultura italiana.

Statistiche:non si parla d’altro che delle basse percentuali di spesa per scuola e università rispetto alla media UE; chiara la lettera di “Luca” al Giornale (con risposta irrilevante ["occorre riformare"], dato che era una delle premesse dell’argomento). Nuovo dato, interessante se vero: nonostante i tentativi di diffamazione continui gradimento scuola pubblica al 60%. Mentre si discute di Università, il gap tra USA e Europa permane, anche e soprattutto per la scarsità di fondi. Ecco alcuni confronti di spese per Università e ricerca in Europa e con gli USA. Da anni l’Europa promuove un incremento dei fondi per la ricerca: andare oltre 2% del GDP in Europa, rispetto al 2,5% USA e 3% Giappone; l’Italia, che è al 7° posto al mondo per GDP, è una delle nazioni con la minore percentuale di spesa per Università e ricerca in Europa: per chi ha pazienza di vedere i grafici vedi confronti OCSE su spesa per ricerca di paesi europei (dal sito CRUI); per chi ha meno pazienza vedi dati OCSE 2007.pdf pag.11 o riassuntino o sistemi universitari(wiki). Le statistiche sono affare difficile; vi sono statistiche sui corsi universitari che servono a capire dove tagliare e dove no. L’avv. Gelmini ha parlato di numerosi corsi con un solo studente. Ve ne sono, ma se avete letto il link, non quelli denunciati dall’avvocato (un famoso corso con uno studente era quello di Gottlob Frege, inventore della logica; il suo studente era Carnap; altri tempi).

Status quo. La critica al Governo non è un difesa dello “status quo”; da tempo molti docenti vogliono (a) una riforma dei criteri di accesso all’Università (Mussi ha provato e ha fallito), (b) una classifica delle Università basata sulla ricerca (è stata fatta per un anno e poi è sparita sostituita da una faragginosi criteri di valutazione). Il Governo non propone una riforma, ma propone dei tagli (vedi art.66,legge 133), come se l’università pubblica fosse solo una spesa da tagliare e non una risorsa in cui investire. Il contrario accade in Spagna, Inghilterra, Francia e Germania, che da tempo investono in percentuale almeno il doppio di quanto in Italia (e accolgono molti nostri giovani studiosi).Vedi voce “statistiche”.

Studenti Ci saranno sempre gruppuscoli di sinistra o centri sociali, ma basta guardare le foto delle manifestazioni (sul web ce ne sono a centinaia, Genova compresa) per capire che questo è un movimento di studenti (e a volte con scontri con i gruppi politici anche di sinistra come a Genova è accaduto contro Lotta Comunista). Sono studenti che esprimono un disagio. Sono il futuro del paese. Il presidente della Repubblica Napolitano, con una bella lettera, invita ad ascoltarli. Molti rettori anche, compreso il rettore di Genova. Perché non dovremmo? Ecco ad es. una loro lettera: “non reprimete il nostro futuro“. Equilibrata e chiara. Coma una lettera letta al senato.

Tagli Nel 2002 il Governo italiano propose un taglio del 3% delle risorse destinate all’Università e ricerca. I rettori di 72 Università diedero le dimissioni. Oggi si presentano tagli più consistenti, tali da compromettere la sopravvivenza di moltre Università. Il Governo pare più duraturo e solido e nessun Rettore ha dato le dimissioni. Gli studenti hanno protestato, loro che possono. I tagli si fanno un po’ su tutto, ma a fronte di altri impegni e priorità di spesa. C’è chi sostiene che i tagli alla ricerca sono dovuti all’abolizione dell’ICI prima casa per i ricchi e ai debiti dell’Alitalia (si spera che non si chiudano tutte le Università per pagare i debiti delle ferrovie). il 23 Ottobre 2008 la CRUI insiste nel proporre riforme, non tagli indiscriminati. Ovviamente sono numerose le proteste per i tagli: precari, studenti, rettori, aquis, e un lungo elenco di singoli rettori, da Bergamo a Torino

Università privata Nulla contro le Università private. In Italia ve ne sono alcune e ottime; ma i docenti delle Università private vengono pagati con i soldi pubblici. E anche alcune Università private sono nate con i fondi pubblici (il ministro Moratti, con i finanziamenti pubblici che sarebbero bastati per sbloccare i concorsi richiesti a suo tempo, ha addirittura fondato la Università Europea di Roma, collegata ai legionari di Cristo. Da una parte tagli, dall’altra privatizzazione delle Università pubbliche (art.16 e art. 66, 133). Difficilmente infatti i nostri industriali contribuirebbero in modo pesante a finanziare università, come hanno fatto la Coca Cola ad Atlanta (Emory University), o la famiglia Bush a Harvard, o i Carnegie-Mellon a Pittsburgh, o la Stanford University, fondata dai coniugi Stanford. Non abbiamo in Italia Università Agnelli o Pirelli o Olivetti, ma solo alcune università private (anche buone) dove insegnano docenti che hanno passato concorsi pubblici (e hanno contratti para-statali).

Università pubblica Piace l’università privata perché non ha le regole rigide dell’Università pubblica; può pagare di più e avere meno vincoli sindacali. Su entrambe le cose vi sono spesso ragioni da vendere. Ma un maggior rigore nella università pubblica, sia nella selezione dei docenti che nella gestion del personale, potrebbe accompagnarsi a regole meno rigide (come quelle che impediscono di assumere precari per più di 3 anni). In fin dei conti anche nei 51 stati USA – apparente modello di riferimento – vi sono molte ottime università pubbliche, e in percentuale per esse si spende il doppio che in Italia. [per chi non ha idea ecco una LISTA di università pubbliche USA]. Se da una parte vi è l’Università privata di Stanford, vicino a due passi vi è l’Università pubblica di Berkeley (dove ha insegnato Chomsky); è vero che c’è la privata Carnegie Mellon University a Pittsburgh, ma a due passi vi è anche l’ottima Università pubblica nella Cathedral of Learning, ecc. ecc. Se anche lì funziona così, perché solo noi vogliamo fare gli strani?

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