come la moda compera i giornalisti

Rifiutereste un viaggio in Business class per Pechino, con soggiorno e massaggi cinesi pagati? Avete mai pensato come mai le cronache su Fendi che sfila sulla muraglia cinese sono tutte entusiasmanti? Avete mai pensato come mai i resoconti giornalistici della moda ne parlano sempre bene? Mai visto una critica ad Armani? Avete mai pensato come mai, dopo che su Il Sole 24 ore la giornalista Camilla Baresani ha criticato la cotoletta de ristorante “Gold” di Dolce&Gabbana (dicendo che era “gommosa”) sono usciti subito ben due articoli positivi su D&G sullo stesso giornale? Ecco i titoli: “a me (invece) mi piace. E’ d’oro la tartare di gallina” (sullo stesso ristorante) di Davide Paolini e l’altro intitolato “D&G stentano a credere di avere raggiunto tanto successo in un paese in cui tutti hanno un padrino” di Paola Bottelli.

Ecco il problema: la moda paga salata la pubblicità; se non fai articoli più che positivi a chi paga la pubblicità, la ditta sposta la pubblicità altrove e il giornale – che già fa fatica a trovare pubblicità, ormai quasi tutta televisiva – deve adeguarsi. I giornalisti vengono lusingati da “regalini”, dagli alberghi a cinque stelle alla prima fila delle passerelle. Come resistere? E poi “non fa male a nessuno parla bene della moda”.

Ma allora i resoconti sulla moda sono informazione o sono solo pubblicità?

[riprendo il problema e i dati da un articolo di Sabrina Giannini (giornalista di “Report) pubblicato sul numero 70 di “Giornalisti”: http://www.odg.bo.it/]

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6 pensieri su “come la moda compera i giornalisti

  1. Trovo la cosa abbastanza imbarazzante ma d’altronde abbastanza scontata. Ammetto con desolazione che la categoria dei giornalisti si stia col tempo avvicinando sempre più ad una sorta di loggia massonica regolata da leggi interne. Non credo che il problema sia che la moda compera i giornalisti, ma piuttosto che siano i giornalisti a vendersi al miglior offerente, sia esso un marchio di mutande di tendenza oppure la sfera politica che assicura protezione. Il vero problema è che non esiste una coscienza collettiva, ognuno pensa e agisce per il proprio interesse e i furbi fanno più strada degli onesti. I nostri miti sono i giornalisti come Corona che si vendono e speculano con i senimenti e la dignità delle persone. Perchè indignarsi contro chi accetta un viaggio in Business

  2. class per Pechino con tanto di massaggi?
    Ma il vero male siamo noi, le persone normali, quelle che comprano i giornali e che hanno perso il gusto dell’indignazione. Nulla ci colpisce, nulla ci scalfisce. Leggiamo un articolo e giriamo pagina.

  3. E’ vero che la parola “indignazione” è un po’ arcaica. Mi spiace che Corona sia il mito di elena Ghigliazza, ma credo che il problema non sia che i giornalisti si vendono al migliore offerente.
    Il problema è il sistema “comunicazione” delle agenzie di pubblicità delle grosse aziende: se qualcosa non è favorevole all’azienda minacciano ritorsioni (niente più pubblicità). Si crea così una pubblicità indiretta e “occulta”. Non c’entra con l’idea che i giornalisti siano una casta chiusa. Chiusa o aperta deve sottostare alle leggi del mercato. Niente pubblicità, niente soldi. Se ti tolgo i soldi su cui si regge il giornale (vedi i vari inserti), che puoi fare?

  4. Certo, a parte Corona, Fabrizio Frizzi e Antonella Clerici che sono i miei miti intramontabili, credo comunque che ci siano ancora delle figure professionali che si collochino al di fuori delle leggi di mercato, o per lo meno che dovrebbero. Mi riferisco ai politici, ai giornalisti e ai magistrati. Che questo non avvenga è cosa risaputa, ma che, nel caso dei giornalisti, la responsabiltà sia solo delle agenzie pubblicitarie mi sembra abbastanza riduttivo e semplicistico. Sia chiaro che quando parlo di giornalisti mi riferisco alle persone che scrivono di fatti accaduti e reali, non di ricette di cucina o della cellulite delle veline (che Corona mi perdoni). Questo gioco vizioso dello scaricare le proprie responsabilità è ormai vecchio in Italia e non fa più ridere nessuno. Forse per una volta potremmo provare a non girare pagina.

  5. “se ti tolgono i soldi su cui regge il giornale” puoi sempre aprire un blog! Sei libero di scrivere persino contro D&G, ma non ci campi…
    Vada per la business class allora… 😦

  6. I viaggi in business class hanno un nome: sono i “viaggi merenda” e non sono solo che case di moda ad invitare i giornalisti…Ai fattori interessati all’argomento e a tutti i futuri giornalisti consiglio: “È la stampa, bellezza! Manuale di sopravvivenza per chi scrive sui giornali e per chi li legge”, Orme Editori, 2007.

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